La musica del futuro per un adolescente degli anni Ottanta

Opera di Sergio Chierici


Un’ardua scelta di poneva per un compositore adolescente, ancora nel pieno degli studi classici e umanistici, negli anni ’80 del Novecento. Da una parte, un recente passato di sostanza, ma con una direzione unica. Dall’altra, una sempre maggiore tendenza verso il commerciale, il facile, anche l’effimero. Nei corsi con Luigi Pestalozza al primo anno dell’Università di Pisa, seguiti con estrema curiosità, si alternavano vinili autografati delle principali opere del dopoguerra a considerazioni su molti aspetti di una musica che, volutamente, si allontanava sempre più dal gusto estetico convenzionale. Uno schiaffo per il pubblico, che sarebbe stato pronto a disertare ogni manifestazione, se non per un paio di motivi: orecchie molto più educate alla novità -e alla concentrazione severa, oppure altre orecchie non preparate ma in cerca di una politica consapevolezza, di cui Luigi Nono o lo stesso Pestalozza erano per molti aspetti alfieri.

Estremo calcolo o estrema casualità, che la filosofia insegna essere tendenti a coincidere. E su tutto una consapevolezza: guai ai neo-romantici, ai neo-barocchi, alla ripresa di quel classicismo che era in realtà la base di tutti gli studi canonici in Conservatorio, e degli entusiasmi liceali. Sarebbe stato come cancellare gli sforzi fatti negli ultimi anni di ricerca musicale, ossia come cancellare una parte di un percorso storico già impostato. Da lì occorreva partire, lì bisognava arrivare. Però c’erano anche un mondo, un pubblico, una realtà concertistica e discografica che andavano in un’altra direzione, anche nella musica colta, dallo star system alla riscoperta filologica dell’antico o dell’antichissimo.

C’era la tradizione italiana della melodia, e anche di certa musica strumentale, che nel periodo pre-bellico, osteggiato da molta avanguardia, sembrava un ponte gettato tra passato e presente con fondamenta più certe e subito percepibili, ma anche abbandonato, o da abbandonare. E allora, che fare? La scelta personale fu di seguire due direzioni. La prima, messa a fuoco nell’adolescenza: cercare nell’Italia e nell’Europa strumentale degli anni centrali del secolo qualche traccia per proseguire. Sguardo al passato, tonalità sporca, durezze et ligature e un forte senso ritmico.

La scelta personale fu di seguire due direzioni. La prima, messa a fuoco nell’adolescenza: cercare nell’Italia e nell’Europa  strumentale degli anni centrali del secolo qualche traccia per proseguire. Sguardo al passato, tonalità sporca, durezze et ligature e un forte senso ritmico. Con Stravinsky in mente -lo Stravinsky “vivo” di Boulez- ma anche Bartòk e Casella, e un suo allievo, Louis Cortese, di cui con la sua allieva Adriana Albertini studiai giovanissimo una Suite Francese per pianoforte, che avrebbe potuto essere anche per clavicembalo. Un connubio di poesia e musicalità tra Liguria e Francia, arrivato per altre vie anche tra chansonnier e cantautori. Forme classiche rivissute in chiave moderna, con una mente ingenua ma dai contorni ben delineati. Le sei danze della Suite (1981) o i sette frammenti delle Bagatelle (1986), per pianoforte solo, parlano questo linguaggio, non quello sperimentale. Ma con un punto di incontro, i 12 Epigrammi (1981), composti verso i quindici anni sempre al pianoforte, anche se in questo caso la musica è più slegata dallo strumento. L’idea? La rimozione del superfluo, alla Bauhaus, nella forma semplice del canone, ma secondo criteri rinascimentali, e dissonanze attuali. E soprattutto, un brano unico fatto da dodici cortissime idee indipendenti. Nella convinzione che “la capacità di concentrazione si sarebbe ridotta con l’aumento dei ritmi dell’esistenza”. Un concetto, nell’era del web, dei social e di un mondo in connessione globale, non lontano dal vero.

Però c’era l’altro aspetto: non si poteva cancellare la sperimentazione. Se di sperimentazione si trattava, prima o poi avrebbe dovuto smettere di essere tale, e consolidarsi in una strada definitiva. Tanti i nastri di quel periodo, nel tentativo di concretizzare delle idee, e mettere alla prova i nuovissimi Home computer che, insieme ad altri strumenti elettronici, popolavano la case di allora, con un’idea di programmazione diffusa oggi inconcepibile. Due di queste proposte sono state pubblicate recentemente, grazie all’attenzione profonda di Giuseppe Scali e della fiorentina EMA Vinci, da sempre attentissima ai linguaggi contemporanei, e in questo caso al recupero di documenti divenuti ormai “storia”. Dove poteva stare il punto di incontro? L’aggiornamento dell’allora diffusa Rizzoli-Larousse parlava chiaro: accanto alla musica contemporanea colta, due musicisti si erano distinti per una ricerca che da essa prendeva spunto, ma in contesti e per ascoltatori più popolari, il Franco Battiato pre-Cinghiale bianco, e Alvin Curran. E poi c’era più di un decennio di rock progressive, soprattutto italiano, che iniziava a sentire una certa crisi. Un’idea: usare le tecniche del linguaggio moderno ed elettronico, dagli anni ’50 in poi, e ricomporle in suite post-progressive, “progressive elettronico” secondo le definizioni di allora. 

Viaggio nel cosmo (1985) è la storia di un viaggio surreale, senza un testo ma quasi interamente strumentale: “musica concreta, collage sonori, brani e voci rovesciate, tempi accelerati o rallentati, trasmissioni radiofoniche, e altri suoni, con sperimentazioni su generi differenti, dall’elettronica pura al prog ritmico”. Come gli epigrammi, torna l’idea dei brani corti per facilitare la concentrazione su un concetto forte, e rendere accettabile gli inserti elettronici o fortemente post-classici insieme a frammenti di facile o facilissimo ascolto; non c’è però “rock”, al limite qualche concessione a melodie o ritmi più popolari, a volte dal sapore antico. Tutto registrato rigorosamente in casa, e con strumentazioni tecnologicamente semplici. Anche per scelta estetica: lo studio in Conservatorio mirava alla perfezione di ogni singola nota, ma l’imperfezione umanizzava e contestualizzava la musica da ascoltare liberamente. Oggi non siamo più abituati, ma gli anni ’60 e ’70 hanno fatto scuola in tal senso, anche nella musica classica: errori sì, anche tra i divi delle grandi etichette, ma musicisti talmente unici da far meravigliare di stupore. Oggi perfezione, grazie a macchine invisibili, e poca meraviglia.

Sisma, del 1988 ma pensato qualche anno prima, riprende le stesse idee minime (ma non minimaliste) in forma più completa; la tecnologia informatica era in maggiore evoluzione, ma ancora si faceva ricorso al passato, come l’eco a nastro o la radio a onde corte, unendo il nastro magnetico all’elettronica. Con Sisma veniva immaginato l’ascolto del pubblico generalista negli anni 2000, un po’ come molti visionari proponevano nei film di fantascienza fino alla fine degli anni ’70, quando ancora si conquistava virtualmente lo spazio: brani ritmici strumentali di facile ascolto anche se armonicamente non banali o asimmetrici, o con improvvisazioni simili al jazz, e brani o frammenti orientati alla ricerca atonale o informale; sempre cortissimi, sempre in sequenza e con suoni migliorati nella definizione, anche con l’uso di campioni sonori, ma ancora più semplici, più asciutti, più protagonisti. Dopo il 2000, la musica ha invece preso una direzione diversa, mantenendo e rimarcando banalmente la separazione tra generi e tipologie musicali: comodo per la didattica, perfetto per la definizione di una clientela, di un target specifico, di un pubblico, di un budget. E’ bene, tuttavia, che certe esperienze trasversali rimangano come testimonianza di dimensioni non tradizionali, valicando i confini, e scuotendo come un sisma.

Sergio Chierici

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