“L’odissea” nel mediterraneo di uno SFORTUNATO marinaio schiavo dei barbareschi (Algeri 1968)

I prigionieri liguri, una volta pagato il loro riscatto e ottenuta la liberazione dai padroni islamici, si imbarcavano su una nave e giungevano nel porto di Livorno, dove erano accolti “… nel Lazzaretto di questa città per far la quarantena …”, terminata la quale, rientravano nelle loro sedi. Ma, in seguito, venivano chiamati a Genova dal “Magistrato per il Riscatto degli Schiavi”, che li sottoponeva ad un severo “Interrogatorio” per tentare di ottenere da loro il massimo delle informazioni circa la loro prigionia.

L’interrogatorio dei “Protettori del riscatto degli schiavi” di Genova

I “Protettori” svolgevano un interrogatorio generalmente uniforme: lo schiavo redento indicava, innanzitutto, quanto era durata la propria cattività, la data della cattura, dove e in che modo essa era avvenuta e se insieme a lui c’erano altri cristiani; poi raccontava in quale luogo di prigionia era stato portato e chi era stato il suo padrone.  I “Protettori”, se l’ex schiavo era stato imbarcato sulle galere corsare, gli chiedevano se ricordava quanti prigionieri liguri avessero catturato i barbareschi nel periodo della sua prigionia; inoltre, gli venivano richieste notizie al riguardo del suo riscatto e cioè quale era il suo valore, se l’iniziativa era stata del Magistrato o di qualchedun’altro e se c’erano dei creditori a cui dover restituire il denaro anticipato. Lo scopo di questa serie di domande era quello di troncare o prevenire eventuali inganni a proprio danno per mezzo di un confronto di testimonianze; era possibile, infatti, che intermediari e prestatori di denaro sostenessero di avere impegnato somme superiori a quelle realmente spese, ma non era da escludere neppure la possibile complicità dello schiavo con costoro. Infine i “Protettori” domandavano all’ex prigioniero delle notizie riguardo ad altri sudditi genovesi da lui visti o conosciuti in terra barbaresca.

La cattura in Morea da parte dei “corsari” musulmani, Il trasferimento a Tripoli e la schiavitù ad Algeri

Assai avvincente risulta l’interrogatorio cui venne sottoposto Giò Maria Opecino, di anni 35, della Spezia, il 9 luglio 1698, da parte dell’Illustrissimo Augustino Spinola, uno dei “Protettori”, che schiude il racconto di un’affascinante, ma per lui tremenda, ”odissea”, che ci porta da Venezia alla Morea in Grecia, poi a Tripoli e ad Algeri, quindi in Spagna e, infine, attraverso la Francia, a Genova: “Dell’anno 1690 a 16 dicembre mentre ero sopra un pinco fiamingo, ch’era in servitio de Venetiani, mentre si eramo sbargati dall’almirante de Venetia et eramo sopra Modon, Regno della Morea, fussimo assaliti da tre vascelli de Algeri e dopo il combattimento di nove ore in quale morì il Maestro di Campo, il Comandante e …in numero 60, ci abbordarono e presero et detto pinco era carico di soldati in numero di 220 e di munitione da guerra e altro. Fatta detta presa ci condussero a drittura a Tripoli, ove sono stato 64 giorni, stante che li vascelli per il combattimento furono ristorati”. Il marinaio narrava, quindi, la triste condizione della sua prigionia: “In appresso ci condussero in Algeri, ove fui fatto schiavo del Bayle, quale mi ha fatto fare tutti li strapazzi che si puonno immaginare”.

La fortunata liberazione da parte dei Padri della “Redenzione spagnola”

Assai avvincente risulta l’interrogatorio cui venne sottoposto Giò Maria Opecino, di anni 35, della Spezia, il 9 luglio 1698, da parte dell’Illustrissimo Augustino Spinola, uno dei “Protettori”, che schiude il racconto di un’affascinante, ma per lui tremenda, ”odissea”, che ci porta da Venezia alla Morea in Grecia, poi a Tripoli e ad Algeri, quindi in Spagna e, infine, attraverso la Francia, a Genova: “Dell’anno 1690 a 16 dicembre mentre ero sopra un pinco fiamingo, ch’era in servitio de Venetiani, mentre si eramo sbargati dall’almirante de Venetia et eramo sopra Modon, Regno della Morea, fussimo assaliti da tre vascelli de Algeri e dopo il combattimento di nove ore in quale morì il Maestro di Campo, il Comandante e …in numero 60, ci abbordarono e presero et detto pinco era carico di soldati in numero di 220 e di munitione da guerra e altro. Fatta detta presa ci condussero a drittura a Tripoli, ove sono stato 64 giorni, stante che li vascelli per il combattimento furono ristorati”. Il marinaio narrava, quindi, la triste condizione della sua prigionia: “In appresso ci condussero in Algeri, ove fui fatto schiavo del Bayle, quale mi ha fatto fare tutti li strapazzi che si puonno immaginare”.

La consegna del denaro al rinnegato

Ottenuta la libertà, si trattava di mettere insieme il denaro da consegnare al rinnegato, che tanto aveva fatto per la sua redenzione: “Onde io andai a trovare un ebreo e altri Christiani e posi insieme li pezzi 85”. L’operazione di raccolta non fu breve, né semplice: “…dall’ebreo Maffò … pezzi 54, da un certo Gio Batta d’Arenzano che pure era schiavo del renegato cancelliere e passò per Spagnuolo mediante un regalo fatto al suo Padrone pezzi 21 …, dalla vendita per quelli pochi mobili che havevo pezzi 7, e pezzi 3 li ricavai attorno per elemosine da altri schiavi Christiani franchi e liberati, che in tutto sono pezzi 85, et il tutto operai segretamente et alla istessa notte del giorno che fui riscattato sborsai al detto renegato nella sua camera, ch’eramo noi due soli, detti pezzi 85, perché se ciò si fusse scoperto il Bayle li haverebbe fatto fare la … et io sarei di nuovo stato fatto schiavo”. Veniamo, però, a sapere che, per liberare dalla schiavitù Giò Antonio, si era già messo in moto il normale meccanismo di redenzione, che prendeva le mosse dai “Protettori” genovesi, i quali avevano incaricato un mercante ebreo di Livorno, che,  a sua volta, aveva affidato l’operazione ad un altro ebreo di stanza ad Algeri, proprio quel Maffò che gli aveva consegnato 54 pezzi: “ … Maffò che haveva havuto ordine da altro ebreo di Livorno per riscattarmi mediante l’Ill.mo Signor Agostino Spinola che havea scritto a Livorno…”.

Il rientro in Spagna, Le “processioni” per
il recupero religioso

Saldato il suo debito e ottenuta la “carta franca” dalle autorità algerine, Giò Maria Opecino, dopo alcuni giorni, si imbarcava insieme a molti altri ex schiavi e ai Padri della Redenzione sopra una nave che lo avrebbe portato in Spagna, conscio probabilmente che per il ritorno in patria avrebbe dovuto attendere ancora non poco tempo: “Li 6 aprile mi imbarcai con la Redentione sopra il vascello di Sestri ove si imbarcarono parte delli schiavi riscattati e parte si imbarcò sopra altre navi che il Capitano di Sestri haveva colà comprato e li riscattati facevano il numero di 546 tra huomini e donne, compresi qualched’uni Genovesi chi diceva 50 e chi 60 …”. Infatti, dopo essere sbarcati a Cartagena:“…detto Capitano ci sbarcò in Cartagenova ove si è fatta la quarantena”, era iniziato un sontuoso cerimoniale di recupero religioso, con la partecipazione a diverse processioni: “Riscattato che sono stato … si sono fatte 4 processioni. La prima in Cartagenova, la seconda in Murcia, la terza a Toledo, ove era il Re e la Regina, la quarta a Madrid, ma a Madrid il Re e la Regina non vi erano…”. Tra le diverse processioni, quella più importante fu sicuramente quella di Toledo, “… ove andammo tutti con gran pompa e gran quantità di carozze sopra quali eramo saliti”, perché venne fatta “… dinanti il Re”, ma anche per il fatto che lo sfortunato spezzino ricevette delle elemosine dal sovrano e dai suoi accompagnatori:”… e poi il Re fece a tutti la elemosina et a me donò una doppia ed hebbi anche delle altre elemosine da quelli ch’erano in compagnia del Re perché mi trovavo in bisogno e fuori di mia casa e conoscenti …”. In  seguito l’ex schiavo riferiva un episodio che aveva fatto infuriare i Padri spagnoli: “ …gli schiavi Genovesi …” non vollero andare a Madrid come instavano li Padri e non hebbero da loro i passaporti, esclusi i sei che vi andammo organizzati dalli Padri, che ne restarono molto meravigliati e si giurarono che tornando in Algeri non haverebbero più riscatato Genovesi per la loro indiscretezza”. Queste solenni processioni erano organizzate dai Padri della Redenzione, al ritorno degli schiavi da essi riscattati, per le strade di alcune città con lo scopo di mostrare i risultati della loro faticosa opera di redenzione ma anche per suscitare la commozione nella gente ed indurla a versare delle generose offerte di denaro. Veniva formato un corteo, a cui partecipavano dei rappresentanti delle istituzioni cittadine, alcuni religiosi della Redenzione, gli schiavi riscattati e molti bambini che agitavano ghirlande di fiori, che percorreva le vie della città accompagnato da una banda musicale.

Da Madrid a Barcellona, L’imbarco verso Finale, L’attacco dei vascelli algerini, Da Rosas a Genova a piedi

Ma le avventure, impreviste e dolorose, non erano ancora terminate ed il rientro a casa era ancora di là da venire; infatti, dopo il trasferimento da Madrid a Barcellona e l’imbarco su una nave diretta verso Finale, un attacco di due legni algerini aveva costretto la nave a cambiare rotta e fuggire: “Indi da Madrid partij per Barcellona, lì dove mi imbarcai con barca per Finale, quale sopra Rosa hebbe carica da due vascelli algerini…”.

Barcellona

A questo punto l’Opecino rimarcava, con orgoglio, la funzione decisiva del suo intervento nel portare in salvo la nave, dato che, durante la sua prigionia, aveva remato su quei legni corsari: “…e se non ero io detta barca restava presa perché il Padrone della barca diceva che erano vascelli di Christiani et io gli dissi che erano algerini e che li conoscevo perché vi havevo sopra navigato più volte in corso …”. La sua nave, dunque, fu costretta ad approdare a Rosas: “… e così la barca andò a approdare a Rosa, et io calai in terra solo e non volsi più imbarcarmi per non correre il rischio di essere fatto schiavo un’altra volta, e da Rosa a Genova sono sempre venuto per terra. Dalli Padri missionarij mi è stato dato il recapito che presento e presento pure altro recapito o sia passaporto havuto in Perpignano di Francia…”. Dunque, scampato l’ennesimo pericolo, lo sfortunato marinaio, rifiutata la possibilità di prendere il mare nuovamente, aveva deciso di compiere un lungo e faticoso tragitto via terra da Rosas, attraverso Perpignano e la costa francese, fino a Genova, dove giunse, povero e stanco ma finalmente libero, nell’estate del 1698; ma dal giorno della sua cattura erano trascorsi 7 anni! L’”Interrogatorio” dei “Protettori” si concludeva con il seguente labile ricordo dell’Opecino: “Nel tempo che sono stato schiavo sono morti molti Christiani Genovesi fra quali Capitano Leonardo Zanlongo, Bartolomeo Ronco, un altro di Savona e delli altri non mi sovviene il nome”. (Archivio Stato Genova, R.S. 66, Riscatti seguiti non pagati, 1694-1704)

La restituzione del riscatto – Il ruolo della Confraternita di San Bernardino della Spezia

Come si è analizzato, il pagamento del riscatto e la liberazione dell’Opecino avvenne con modalità del tutto particolari, al di fuori dell’ordinario per uno schiavo ligure: furono, infatti la “Redenzione spagnola” a pagare al suo padrone la somma “… di pezzi 405 e più pezzi 40 per spese di porto”. Abbiamo altresì constatato, dal racconto del marinaio, che anche il “Magistrato per il riscatto degli schiavi” di Genova aveva attivato le tradizionali procedure (ricorso ad intermediari ebrei) per il riscatto, che ovviamente vennero interrotte alla notizia della sua avventurosa liberazione. Da altri

documenti è stato possibile ricostruire il seguito della storia e, in particolare, mettere in risalto l’importanza che rivestiva nelle operazioni di raccolta di denaro per la liberazione degli schiavi locali la Confraternita di San Bernardino della Spezia. Infatti nella “Lista de debitori che si sono firmati nella polizza questuaria di Gio Maria Oppecino figlio di Carlo della Spetia d’anni 35 schiavo in Algeri”, oltre alle piccole somme di numerosi individui che si impegnavano per la sua redenzione, compaiono le non trascurabili cifre (L. 500 nel 1692, L. 211 nel 1693 e L. 213.6.4 nel 1694) impegnate da “Li Massari de l’opera del Riscatto de poveri schiavi eretta nella Confraternita di S. Bernardino della Spetia”. (A.S.G., R.S. 66, Riscatti seguiti non pagati, 1694-1704).

Come abbiamo già considerato, la “polizza questuaria” veniva concessa dal “Magistrato per il riscatto degli schiavi“ genovese e consisteva nella richiesta a dei benefattori e alle “Opere pie” di partecipare finanziariamente al riscatto dello schiavo a cui essa era stata intestata, e colui che aderiva con la propria firma scriveva la cifra con cui si impegnava a contribuire. In tale operazione il denaro era raccolto dal Magistrato, nella maggior parte dei casi, dopo l’avvenuta liberazione; si trattava cioè di una promessa e non raramente tale metodo di raccolta era inficiato dal venir meno, per diverse motivazioni, dell’impegno da parte dei firmatari. Nel caso di Giò Maria Opecino si verificò proprio questa eventualità; i “Protettori”, infatti, il 6 agosto 1696, scrivevano al capitano di Spezia: “… vedrà V.S. le firme delle assegnazioni che sono state fatte nel libretto originale o sia polizza questuaria da noi concessa per il riscatto di Giò Maria Opecino da benefattori et altre opere pie di costì e per il quale ci vien fatta istanza a dar l’ordine per la sua liberazione, quale non può seguire se prima non sono effettuate dette assignationi. Favorirà perciò far chiamare da sé tutti li descritti in detta nota acciò compi schino le promesse in esse descritte con pagare le somme stabilite …”. ((A.S.G., R.S. 147, Registro delle lettere, 1688 in 1707).

La “polizza questuaria” di Giò Maria Opecino

Dunque, mentre il marinaio spezzino si trovava ancora ad Algeri, dove il suo padrone islamico lo sottoponeva a “…tutti li strapazzi che si puonno immaginare”, le operazioni del Magistrato genovese andavano talmente a rilento che lo costrinsero ad intraprendere un’altra procedura, molto più rischiosa ma fortunata, per conseguire la propria libertà. Abbiamo, inoltre, rinvenuto tre documenti della metà di settembre 1698, cioè dopo la liberazione dello schiavo ed il suo interrogatorio, che ci permettono di effettuare una probabile ricostruzione delle fasi della restituzione del denaro del riscatto. Le prime due lettere, in data 10 settembre 1698, sono una del Capitano della Spezia e l’altra dei Massari della Confraternita di San Bernardino; mediante esse si comunicava l’effettuazione di due stanziamenti di denaro per aiutare l’Opecino nella gravosa restituzione del denaro del riscatto. Nella terza lettera, del 16 settembre 1698, il “Magistrato del riscatto degli schiavi” comunicava: “… lette le due lettere, una dell’illustre Capitano della Spezza et altra delli Massari della Confraternita di S. Bernardino, ha decretato che si facci il mandato per lire duecento quaranta sei e soldi dodeci pagabili al Magnifico Gio Batta Calizzano, atteso l’ordine di Gio Maria Opecino, cioè lire duecento per conto di detti Massari e lire quarantasei e soldi dodici per conto delli altri benefattori, i quali hanno dato il consenso …e ciò serva per quanto possa pretendere  il detto Giò Maria Opecino, o sia chi ha caosa da esso per conto del detto suo riscatto …”. (A.S.G., R.S. 66, Riscatti seguiti non pagati, 1694-1704).

Il fatto che l’interrogatorio dell’Opecino da parte dei “Protettori” si sia svolto il 9 luglio 1698 e che le suddette lettere siano della metà di settembre, cioè circa due mesi dopo, ci fa presumere che tali mandati di pagamento effettuati dal Magistrato, in seguito alle assegnazioni della Confraternita di S. Bernardino e degli altri benefattori,  a favore del Magnifico Giò Batta Calizzano altro non siano che la restituzione di una parte del denaro da questi anticipato e versato alla “Redenzione spagnola”, che, di fatto, aveva operato il riscatto.

Un toccante gesto di compassione e solidarietà

Un’ultima annotazione: nella “polizza questuaria” dello sfortunato spezzino, che si può datare fra il 1690, anno della sua cattura, ed il 1698, anno della sua liberazione, compare, accanto alla cifra di L. 2.10, la firma di un tal Giuliano Canale; ciò ci suggerisce l’ipotesi, struggente ma concreta, che possa trattarsi di quel Giuliano Canale di Marola, che, come abbiamo descritto, aveva vissuto sulla sua pelle la tremenda esperienza della schiavitù a Tunisi, e che, a distanza di più di vent’anni, avesse deciso di contribuire con una parte dei suoi risparmi per rendere possibile la redenzione dalla schiavitù di un suo concittadino che, forse, neppure conosceva.

Marco Biagioni

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