Sotto l’insetto


Ho spalancato le finestre e abbassato le serrande. Non ci si può fidare di nessuno, soprattutto la notte, anche se è estate. Non si è mai sicuri abbastanza, neppure in casa propria, se la vita continua a filtrare con insistenza: la luce intermittente del lampione rotto all’angolo della strada, il guaire scomposto del bastardino della signora del terzo piano, quel profumo dolciastro della pioggia trattenuta che si annida nel profondo della gola.

E mi chiedo: perché non lascio mai un bicchiere d’acqua sul comodino e preferisco tenermi l’arsura tutta la notte, pur di non alzarmi, fare quei quindici passi fino al frigorifero in questo appartamento di 60 mq, di un tipico palazzo costruito negli anni Settanta, in un quartiere che da popolare è diventato residenziale, in una città che da provinciale è rimasta provinciale, confusa fra centinaia e centinaia di reperti urbani tutti uguali dispersi in questo grande formicaio che è la civiltà?

Perché non avrei il godimento dell’ultima frustrazione del mercoledì, prima di chiudere gli occhi aspettando il giovedì, che sarà uguale al martedì. Domani devo andare al supermercato, portare due giacche nella lavanderia di quella signora gentile vicino alla pasticceria dove ho mangiato uno strepitoso cannolo al pistacchio e i pistacchi cosa sono, sono frutta?, esiste un albero di pistacchi come quello della cuccagna e che cos’è una cuccagna… Domande che mi cullano mentre scivolo in un sonno stroncato sul nascere dal ronzio di un ospite indesiderato.

Lo sento sfiorarmi il lobo destro, appoggiarsi fra i miei capelli, aspettare, svolazzare ancora nella stanza dove non c’è il cielo di Gino Paoli ma quattro pareti bianche e tre mobili dell’Ikea, per avvicinarsi alle sopracciglia. Lo scaccio con una mano, mi giro su un lato, arriccio le labbra: fingo che nessuno abbia scalfito la mia solitudine. Il ronzio persiste, come lo sfrigolio del lampione, il cane che ansima, la calura di una notte ormai pregna. In un ecosistema perfetto come il nostro c’è spazio per tutti, ma fuori da casa mia.

Zanzara, Andrea Ciardi

Quanta voglia di rivalsa su questa zanzara nell’attesa del mattino che non mi sembra più così a portata di mano. C’è quello di sotto, il dirimpettaio della donna con il cagnetto, che lascia sempre le ante dell’ascensore leggermente socchiuse proprio quando devo portare la spesa fino all’ultimo piano. Succederà anche domani. La strusciata alla fiancata della mia auto contro il giallo di un dissuasore mentre stavo messaggiando alla guida vagamente incazzata con uno “pseudo” – così definisco gli uomini con cui esco conosciuti su Tinder. Sì, Tinder, un’app che solo una pandemia mondiale poteva convincermi a scaricare e comunque a chi l’ha inventata Dio-gliene-renda-merito, nulla accade per caso. Quello sguardo dal tacco all’occhiale nero che mi devo sorbire tutte le mattine da tre sciancati che stanno al solito bar quando passo per andare in ufficio tenendomi stretta la musica nelle cuffie, così non li sento e non mi sento nemmeno io.

Uno schiaffo in piena faccia e l’ho mancata, ronza ma ride, ride ‘sta stronza.

Prendo il cellulare così vede la luce, si avvicina e l’ammazzo. Un omicidio perfetto, tra una vita sbattuta sui social e l’altra che durerà il tempo di 24h per essere invidiata, schernita, compatita. Sono le due di notte. Per favore, vieni e pungimi, ubriacati del mio sangue e vattene. Infettami, scriviamo insieme la storia con un altro spillover e continuiamo ciascuna per le nostre vite miserabili che nel respiro dell’universo hanno lo stesso identico peso.

La sua però stanotte pesa di più. Sono le tre e questo ronzio non so più se è fuori o dentro la mia testa, se mi impedisce veramente di dormire o se è l’ennesimo alibi per rallentare l’arrivo dell’ultima invenzione della vita moderna, la quotidianità. Il lampione sfarfalla, il cane boccheggia e ha iniziato a piovere. Dovrei tirare su i panni, tanto sono sveglia, e potrei anche bermi un bicchiere d’acqua, andare in bagno, leggere qualche pagina dell’ultimo di Carrère e schiacciarci la zanzara in mezzo, se per caso si appoggiasse su pagina trentasei.

Ma vuoi mettere l’incomparabile senso di frustrazione nello scorrere Twitter in compagnia di questo ronzio di sottofondo per non pensare a domani, a oggi, a ieri e così a ritroso, fino a quei ricordi d’infanzia che in realtà ho costruito da sola, non me li ricordo davvero, eppure come fanno male anche se sono solo verosimili.

Silenzio. Dov’è finita? Accendo la luce e il gatto ha le zampe giunte davanti a sé, gli occhi spalancati e neri. L’ha presa, ci gioca, la mangia. E’ finita così, grazie alla piramide alimentare dove il felino sta sopra e l’insetto sta sotto.

L’iPhone dice che sono le quattro e un quarto, alle sette suonerà la sveglia e vorrei tanto dormire per togliermi dalla testa un altro ronzio che continua a girare per la stanza come il dolore sulla guancia, come brucia. Tutta la notte io sono stata sotto e forse, per tutta la mia vita, starò sotto, ma a che cosa o a chi, ancora non lo so.

Silvia Ferrari

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